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Per Gianni Bandinelli l'immagine è un modo di essere, è il "termine" visivo attraverso il quale egli da forma alla sua eccitata emozionalità.

Egli appartiene a quel gruppo di artisti che hanno fatto della loro vita un'opera d'arte. Questi non rappresentano il loro modo di essere in quanto compiono certe determinate azioni ma è la loro stessa esistenza che assume forma e significato nell'atto creativo.

Il "gesto" che egli compie è puro dinamismo alla ricerca della sua "forma". Ciò si evidenzia nella molteplicità dei "termini" e nel saper trovare il "mezzo" tecnico adeguato per risolvere figurativamente tutte le varie "situazioni" che stimolono la sua coscienza d'artista.

Quindi aldilà di ogni schematizzazione professionale, l'arte è per Gianni Bandinelli, un'occasione di verifica della sua dimensione esistenziale, nel "gesto" che si fa "forma".

 

                                                   Romano Morando                       

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Scrivere per un amico il "viatico" della sua prima mostra a Greve in Chianti (ma non prima in assoluto: tanto per dire, a Parigi ne ha già fatte due) può essere imbarazzante, per evidenti motivi. Si rischia di essere oleografici o generici. Come ho promesso a Gianni, mi limiterò ad essere sincero, cioè a riportare le impressioni che ho avuto vedendo i suoi quadri in anteprima. La prima è stata di sorpresa: lo avevo lasciato minimalista e quasi zen; lo ritrovo adesso sanguigno e ben calato nella realtà quotidiana. Il titolo che ha scelto è volutamente fuorviante: quando si parla della propria terra la prima idea che viene evocata è quella di una visione nostalgica e buonista. In realtà, la scelta è ironica, quasi sarcastica. La terra di Gianni, cioè i tre luoghi a lui più vicini (il natio Ferrone, Greve appunto, e Firenze) è una terra che di idilliaco ha poco, anzi. Con una scelta volutamente naif, che richiama l'estro neo-futuristico di un Vinicio Berti anni Sessanta, il trittico che apre l'esposizione è pieno di scritte. Quelle di Firenze richiamano i graffiti sui muri che degradano la città; quelle del Ferrone suggeriscono gli striscioni di una manifestazione antitraffico. Si salva Greve, ma solo parzialmente: il maxi-bicchiere di vino incombe sui colli geometricamente perfetti, ma foriero di un possibile squilibrio ambientale.

La riflessione procede in un crescendo apocalittico, che tocca il culmine con l'Omaggio a Svevo e le previsioni catastrofiche sul futuro dell'universo affidato alla specie Homo Sapiens Sapiens. Dopodichè, improssivamente, ecco la virata delle ultime opere, che tornano ad una dimensione coloristica giocata sul contrasto fra l'ocra dell'argilla (vedi alla voce:  Ferrone) e il nero assoluto, su cui risalta la luminosità dell'oro. Come se Gianni ci dicesse: ho alzato la voce perché a queste terre sono fortemente legato. Trattatemele bene. Un messaggio forte, polemico, che si apre alla discussione. Ma se siamo a parlare di queste opere, è perché la comunicazione si svolge in termini squisitamente pittorici, formali: tutto è giocato sulla composizione, sul colore, sull'inquadratura. Una ricerca che procede negli anni, con risultati sempre più interessanti, a commentare un percorso personale per il quale l'arte e la curiosità intellettuale segnano la strada come guardrail sicuri e ben piantati. Inutile dire che attendiamo la prossima puntata.  

 

                                                                 Marco  Hagge

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Di natura astratta

Astrazione, ormai, in arte é solo una parola che definisce un evento visivo che ha poco a che fare con descrizione convenzionale della realtà naturalistica. Meglio sarebbe avvicinarsi al concetto di informale, cioè di aderenza interiore alla forma, per toccare il senso profondo di un'espressione che coinvolge la sostanza memoriale, evocativa ed emotiva dell'immagine. Un'opera non figurativa non ha bisogno di una traduzione che ne trasporti il significato sul piano delle cose note, evidenti e scontate; ha bisogno, piuttosto, di essere accolta e ascoltata per quel tanto che risuona net nostro vissuto personale. Lo sa bene Gianni Bandinelli, una sorta di "vagabondo delle stelle" che da anni ha intrapreso un viaggio verso gli orizzonti del proprio io. II quadro 6, per lui, una finestra su mondi ignoti, o su paesaggi familiari attraversati da ricordi veloci come meteore, troppo veloci perché mostrino una fisionomia precisa. Perchè ecco, sembra che Bandinelli tenti sempre di ricostruire le linee, i contorni riconoscibili di un mondo in transito. A voile il colore diventa un diaframma attraverso cui osservare il mondo come dal fondo di una profonditá lacustre. II suo è un fluttuare, una sospensione spaziale, un modo per fermare, provvisoriamente, lo scorrere delle emozioni; il che equivale a voler trattenere l'acqua con una rete. Eppure qualcosa resta: che sia un veto di colore, dei grumi di materia, o screzi di luce come nell'iridescenza della schiuma di mare prima di essere dissolta dalle onde.

L'immaginario di Bandinelli ha dunque crediti di contemporaneità nell'accostarsi con smarrimento alle precarie veritá del tempo, della memoria, di un'esistenza quotidiana priva di estetica. La nostra epoca ha lacerato qualunque idea dell'estetica. Bandinelli ci fa illudere che un appiglio, un punto di partenza ci possa essere a partire dal suo sguardo inquieto ed elementare. II volto di natura vive nei segni, nei depositi terrosi lasciati sulla tela come una specie di cifra: un memento che sottolinea l'appartenenza dell'uomo alla propria gravità. Le sue "meteore", dunque, sono il tentativo di rendere memorabile, anche solo per un attimo, il trascorrere della materia, la sua trasformazione. Non resta che guardare e meditare sul quadro. Comprenderlo, se possibile e provare a sistemarlo tra le cose senza destinazione d'uso, quelle cose che avviano e motivano la nostra percezione del reale in termi­ni poetici: immagine come pensiero dell'immagine.

                                                                            Nicola Nuti

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